Blaise Pascal: la natura paradossale dell’uomo, la ragione, il cuore e la fede

Blaise Pascal

Blaise Pascal (1623-1662) è uno dei giganti della filosofia e della scienza di sempre.

Tra il 1631 e il 1639 frequenta il cenacolo scientifico e filosofico diretto da Padre Mersenne, amico e consigliere di Cartesio, di cui fanno parte Fermat, Roberval ed altri. A 17 anni pubblica il suo primo saggio scientifico, l’Essai sur les coniques.

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Due anni dopo, per aiutare il padre nel calcolo delle imposte, inventa la prima macchina calcolatrice, la Pascalina, il più antico antenato del computer. Nel campo della fisica si occupa di vuoto, pressione (dal 1971 i millibar sono stati commutati in etto-pascal), fluidi…

Nel campo matematico pone le basi per lo studio delle probabilità.

La sua vita personale è percorsa da due “conversioni, la seconda delle quali accompagnata da una forte esperienza mistica (in cui Dio è sentito fortemente, in una “notte di fuoco“) e da un miracolo, attribuito ad una santa spina della croce di Cristo, che segneranno fortemente la sua vita futura. In mezzo vi sono alcuni “periodi mondani” segnati da “futilità e divertimenti” (frequenta, a Parigi, salotti e ambienti altolocati, in particolare il salotto di Madame d’Aiguillon, nipote di Richelieu, ma presto comincia a provare noia e repulsione per la vita mondana).

Le conversioni non cancellano i suoi interessi scientifici: elabora per esempio la teoria della cicloide, la cui scoperta costituisce per Leibniz la base per la formulazione del calcolo infinitesimale.

La morte lo coglie molto giovane, dopo una lunga sofferenza nella quale compone la Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie e vende ogni suo bene (carrozza, cavalli, tappeti, mobili…) per devolvere il ricavato ai poveri.

Il suo capolavoro filosofico, i Pensieri, sgorga da un concetto fondamentale: la fisica e la matematica, per quanto affascinanti, non sono la sapienza; esse coincidono con un grado di conoscenza ben limitato: sia per limiti strutturali (è prodotto dell’uomo, che è limitato -“il vero limite della scienza è l’uomo“, cioè una creatura limitata, scriverà nel Novecento Erwin Chargaff, padre della biochimica; è fondata su principi primi, assiomi, indimostrabili); sia in relazione ai problemi dell’uomo, alle domande esistenziali (di fronte ad esse la scienza sperimentale è del tutto impotente, perchè essa trova nel suo metodo, quello sperimentale, la sua forza ma anche i suoi confini: può lavorare solo su realtà fisiche, tangibili, e non certo sul pensiero, sulla volontà soggettivi, che pure sono anch’essi esperienza, e nel senso più alto… Inoltre, anche l’oggetto viene attinto solo in parte, nelle sue qualità oggettive, misurabili, non in quelle soggettive, in cui è presente una relazione tra l’oggetto ed il soggetto: ad esempio la scienza potrà dire qualcosa sulla piuma e sul piede, non sul solletico; sulla forma della mela, non sul suo sapore, odore…; sull’intensità del suono,  non sulla percezione che ne ha il soggetto che ode…).

Un’idea in linea con la filosofia di Galilei, che riteneva la scienza sperimentale una delle forme di conoscenza, e non la più alta: una forma di conoscenza precisa, sperimentabile, ma proprio in virtù di una riduzione a priori degli obiettivi. Così Isaac Newton e gli altri pionieri del pensiero scientifico, che erano spesso nel contempo fisici, matematici, filosofi, metafisici, teologi…

Il vero dilemma, la vera grande domanda da cui partire, per Pascal come per Agostino,  è quella sull’uomo.

Chi è l’uomo? Una posizione mediana

Pascal risponde che egli è definito dalla sua tensione verso l’Infinito, la Felicità, il Tutto; e dal suo limite, la sua fragilità, la sua finitezza.

L’uomo è l’una e l’altra cosa: non aut aut, ma et et.

Egli pencola tra il desiderio di conoscere tutto, e l’ignoranza; tra il volere tutto e il volere nulla. In altre parole, egli è un essere che non si autofonda, non si autogiustifica.  Non è l’Essere, ma neppure il nulla.

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E’ “chimera” (vedi immagine), “stranezza”, “mostro”, “caos” e “prodigio”; “gloria e rifiuto dell’universo”, “verme della terra” e “depositario del vero”…

E’ un punto nello spazio immenso che ci circonda, un istante nel tempo e nei millenni della storia; eppure con il suo pensiero abbraccia spazio e tempo.

Questa è la sua natura, di “canna pensante“:

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Altri pensieri:

Descrizione dell’uomo: dipendenza, desiderio di indipendenza, bisogno

Poiché, insomma, che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla in confronto all’infinito, un tutto in confronto al nulla, un qualcosa di mezzo tra nulla e tutto. Infinitamente lontano dal poter comprendere gli estremi, la fine delle cose e il loro principio sono invincibilmente legati in un segreto impenetrabile per lui, che è ugualmente incapace di scorgere il nulla da cui egli è tratto e l’infinito da cui è inghiottito.…”.

Miseria e grandezza dell’uomo stanno dunque insieme, visto che quelle umane “sono miserie di un gran signore, miserie di un re spodestato“; miserie che solo l’uomo conosce (un albero non sa di essere miserabile) e che quindi sono esse stesse segno di grandezza.

Se l’uomo non conosce la propria grandezza, afferma Pascal, ma solamente la propria miseria, finirà per considerarsi e per vivere da bestia, sia per quanto riguarda la vita speculativa che quella etica. Chi vede solo la propria piccolezza, diventa scettico, sul piano gnoseologico, e così rinuncia a cercare la Verità; nel campo della vita morale, invece,  scivola nel relativismo, e finisce per mettere Bene e male sullo stesso piano (rinuncierà così a cercare il Bene).

Chi, invece, vede solo la grandezza dell’uomo, finisce, sul piano della ragione, nella superbia, nella vanità, nell’orgoglio, nel razionalismo; sul piano della morale, nell‘arbitrio, nella vanità e nell’orgoglio.

La sola contemplazione della nostra miseria ci porta così alla o alla disperazione o al divertissement, cioè al devertere, alla fuga da noi stessi, dalla noia che ci spingerebbe invece a cercare  davvero quale sia la nostra natura.

La sola contemplazione della nostra grandezza, invece, ci porta alla presunzione. La contemplazione di entrambe ci dice chi siamo.

L’uomo è, per concludere, un essere che “si leva al di sopra di se stesso”: “l’homme passe infiniment l’homme” (“L’uomo supera infinitamente l’uomo”). Di seguito un commento di Romano Guardini, dal suo Pascal:

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Ragione e cuore

Per Pascal il dualismo radicale tra anima e corpo, tra mente e cuore di Cartesio, non regge. Egli, pescando sia dalla visione biblica sia dalla filosofia cattolica tradizionale, contro Cartesio, Platone e gli gnostici, precorre l’idea odierna di embodied mind, “una concezione cognitiva della mente umana e dell’umano conoscere, ove il pensiero e le emozioni non sono separabili”. L’uomo non è solo cervello e non conosce solo con esso: è ragione e cuore, pensa con entrambi.

Scrive: “Conosciamo la verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore“; “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce“.

Cuore e intelligenza sono dunque in sinergia, come è evidente nella realtà: quante persone colte e dotate di un’ intelligenza razionale acuta (esprit de géométrie), hanno poi, nei fatti, nella concretezza, limiti di intelligenza, di comprensione della realtà, delle relazioni con le persone, della vita, in un senso più profondo (esprit de finesse)?

Pascal precorre idee che sono molto chiare ai grandi matematici di oggi: l’ esprit de géométrie, come la matematica e la fisica, dimostra di essere un’ottima chiave per aprire l’universo fisico (la cosidetta “irragionevole efficacia della matematica”), ma una chiave assolutamente inutile per aprire il mondo ben più ricco e complesso (accessibile invece all’esprit de finesse), della realtà intesa in senso più ampio, in primis della realtà dell’uomo (la “ragionevole inefficacia della matematica”).

Quando parla di cuore, di “intelligenza del cuore“, Pascal si riferisce all’idea delle Sacre Scritture, nelle quali “il cuore rappresenta il baricentro intellettuale e morale della persona, nonchè il ricettacolo della grazia, il luogo dell’incontro con Dio nell’intimo dell’uomo” (Alberto Peratoner). Ne deriva che il pensiero, che costituisce per Pascal il proprium dell’uomo, non è il “cogito” di Cartesio, ma è un pensiero del cuore -che sente, che intuisce, che ha una sua finezza– e della ragione insieme (ecco perchè accanto alla parola pensiero, Pascal ricorre, per definire l’uomo, alla sua capacità di compiere “atti di carità“).

Ragione e fede

Per Pascal bisogna sempre sfuggire gli aut aut. Il rischio per la ragione non è solo pencolare tra scetticismo e razionalismo, ma anche tra razionalismo e fideismo. La ragione ha dei limiti ben evidenti, che non debbono però portare ad una fede cieca e irrazionale, fideistica (come nella tradizione luterana, in cui la ragione è una “prostituta”). Esiste una fede cieca nella ragione, quella di chi attribuisce alla ragione umana possibilità che non ha, ed una fede cieca nella fede, quella di chi ritiene che la fiducia in Dio sia un atto irrazionale, in cui l’uomo deve abdicare al proprio pensiero.

No, per Pascal la ragione umana si deve sempre sottomettere: si sottomette al dato sperimentale, storico, fattuale, perchè la scienza non crea, ma riconosce, scopre le leggi che già esistono; si sottomette alla Verità rivelata, nel campo della fede (“Sottomissione e retto uso della ragione: in ciò consiste il vero Cristianesimo“).

Ed è proprio un corretto uso della ragione a svelare i limiti della ragione stessa:

“Due eccessi: escludere la ragione, ammettere solo la ragione”;

La ragione non si sottometterebbe mai se non giudicasse che ci sono casi in cui si deve sottomettere“;

“L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che vi sono un’infinità di cose che la sorpassano. Essa è proprio debole, se non giunge fino a conoscere questo. Se le cose naturali la trascendono, che dire di quelle soprannaturali?”.

Se la ragione umana, come già per Galilei e Newton, è posta di fronte a realtà che la superano (Dio, l’anima…), la fede permette di accedervi, ponendosi “al di sopra, e non contro” la ragione. Quindi la fede supera, non si contrappone, alla ragione, la quale ha un compito interno alla fede, quello di rendere conto della non irrazionalità della fede stessa (si tratta di una concezione che distanzia Pascal dai giansenisti, su cui certa critica lo ha ingiustamente appiattito).

Se si sottomette tutto alla ragione la nostra religione non avrà nulla di misterioso e di soprannaturale. Se si offendono i principi della ragione la nostra religione sarà assurda“.

E’ la vita stessa a svelare ogni giorno che la nostra ragione può, ma non tutto; che cuore e ragione ci portano a cogliere il nostro essere aperti al più che umano, senza afferrarlo compiutamente (“L’uomo supera se stesso infinitamente perché è sempre in cammino verso la pienezza infinita”); che esiste un mistero che intravediamo, come se la strada fosse cosparsa di segnali, ma non afferriamo.

Proviamno a spiegare l’idea di mistero di Pascal con le parole di un letterato francese dell’Ottocento, Hello, e con quelle di un poeta italiano del Novecento, Montale.

Scrive Ernest Hello, avendo ben presenti Agostino e Pascal: “Si confondono due parole che invece di esprimere due simili, esprimono due contrari. Ecco queste due parole la cui confusione distrugge la luce: la prima è l’ Incomprensibile. La seconda è l’ inintelligibile. L’ Incomprensibile è al di sopra dell’ Intelligenza; l’inintelligibile è al di sotto dell’ Intelligenza. L’incomprensibile è il Mistero. L’inintelligibile è l’Assurdo. L’incomprensibile, troppo grande per noi non può entrare interamente nella nostra Intelligenza, a causa della dimensione, e sopratutto, se parliamo dell’infinito, perchè ha sorpassato ogni dimensione…. Il Mistero è l’amico dell’intelligenza: la nutre e la mantiene. L’esalta in luogo di schiacciarla… L’uomo ha sete di Mistero perchè ha sete d’Infinito. E questa sete d’Infinito che spinge le anime superiori sulla strada che non ha fine. Esse vanno alla scoperta, con la sublime certezza di non scoprire mai tutto. L’oggetto della ricerca essendo infinito, eccede sempre qualunque scoperta. Aumenta la sete al tempo stesso che la soddisfa. “Nè fame, nè sazietà!,, esclama Sant’Agostino, e aggiunge: “Io non so con qual nome chiamare questo stato che desidero; ma Dio può soddisfare coloro che non possono neppure più esprimersi, purché credano e sperino!”. Sant’Agostino ha ragione. Nè fame! Nè sazietà! Ecco appunto il desiderio dell’uomo. S’egli comprendesse tutto, avrebbe la sazietà. Se non comprendesse nulla avrebbe la fame. La Verità, che talora solleva e talora abbassa i veli, lo protegge dalla fame, con la Rivelazione, e dalla sazietà col Mistero…”.

Quanto ad Eugenio Montale ne i Limoni egli scrive: «… Vedi, in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto, / talora ci si aspetta / di scoprire uno sbaglio di Natura, / il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, / il filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità». Nel Diario Postumo: “… Ma se accettiamo il gioco/ ai margini troviamo /un segno intelleggibile /che può dar senso al tutto“.

Per Pascal l’uomo vive non nell’oscurità assoluta ed assurda, nè nella luce piena, ma tra luce e buio: “Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere”. Dio stesso riluce nella natura e nell’uomo, nella loro bellezza e grandezza, ma è anche, secondo la Bibbia, Deus absconditus, Dio che si nasconde, che vuole essere cercato (si nasconde persino, comprendosi con l’umanità, nel momento della sua discesa sulla Terra, cioè nell’Incarnazione, così come si nasconde nell’Eucarestia). Scrive Pascal:

Quel che in esso (il mondo) appare non indica nè un’esclusione totale nè una presenza manifesta della divinità, ma la presenza di un Dio che si nasconde“, “a coloro che lo tentano e si rivela a coloro che lo cercano“.

Il Cristocentrismo pascaliano

Più grande del cosmo, eppure misero; tra luce e buio, nella percezione del mistero, l’uomo sente nello stesso tempo di non essere Dio e di partecipare al divino (come l’Universo “ha perfezioni per mostrare che è immagine di Dio, ma ha anche difetti per mostrare che ne è soltanto l’immagine“; egli è nel contempo “indegno di Dio” e “capace di Dio“): per questo trova risposta alla sua stessa natura solo in Dio, nella religione. Ma Pascal non pensa ad una religione in senso lato, quanto alla religione cattolica, che per Pascal è la sola “vera”, perchè è la sola che dimostra di conoscere “la nostra natura“, “la grandezza e la miseria, e la ragione dell’una e dell’altra” (essenziale qui il concetto di caduta, o peccato originale: siamo grandi per la nostra origine di creature di Dio e di creature redente da Cristo, miseri per la nostra caduta: siamo “re decaduti” che sognano una reggia). La fede cattolica è per Pascal l’unica chiave che apre la porta, che permette all’uomo di conoscere se stesso, il mondo, Dio. Essa indica infatti: che veniamo da Dio (grandezza), e che non siamo Dio (miseria); che aspiriamo a Dio  come un “re decaduto” (vedi dogma della caduta originaria) che ha nostalgia della sua reggia (Chi si sente infelice di non esesre re, se non un re spodestato?“).

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La religione cristiana ci indica soprattutto una persona: Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, autore non solo delle verità geometriche, come Logos, ma anche Amore; un Dio visibile, ma anche “nascosto“, perchè velato dalla sua umanità; “un Dio cui ci si accosta senza orgoglio, e sotto il quale ci si abbassa senza disperazione“; un “Mediatore” che colma la distanza altrimenti incolmabile tra Creatore e creatura; Colui nel quale “troviamo sia Dio sia la nostra miseria“; Colui senza il quale l’uomo non può che sperimentare la propria “impotenza”, e con il Quale, invece, può ogni cosa; colui che ci svela che la felicità, fine ultimo della nostra esistenza, “non è nè fuori, nè dentro di noi; è in Dio: e fuori e dentro di noi“…

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La scommessa

Pascal non rifiuta la correttezza delle varie prove filosofiche dell’esistenza di Dio formulate per secoli dai filosofi e dagli scienziati (Platone, Aristotele, Tommaso, Cartesio…), ma contesta la loro efficacia per la conoscenza del Dio dell’Incarnazione.

Insomma, le prove razionali non bastano a far incontrare il Dio vivente, il Dio Amore, ad ottenere una fede che è anche dono, ma ciò non significa che non abbiano un loro significato, anche in ordine al predisporre l’uomo a Dio. Da sole sono troppo astratte, certamente insufficienti. La ragione ha però compiti chiari: comprendere le sue possibilità e i suoi limiti; fare argine al divertissement, che ci stordisce; fare luce sulla miseria umana e sulla sua tensione all’Infinito; far comprendere che nella vita occorre scegliere, e che è “ragionevole” scegliere Dio…

Alle prove tradizionali Pascal affianca la sua originale scommessa (vedi schema di Giovanni Fornero), che deriva dalla sua esperienza di giocatore d’azzardo. Proprio il gioco d’azzardo, nel periodo mondano, accanto a libertini e viveur, lo aveva spinto a fondare il calcolo delle probabilità.

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Pascal, Pasteur e Lemaître

Pascal ha vuto grandissima fortuna: letterati, filosofi e scienziati francesi hanno continuato e continuato a confrontarsi con lui.

Ne citiamo almeno due, entrambi di lingua francese: Louis Pasteur (1822-1895), medico, chimico, fisico e padre della moderna microbiologia  e Georges Edouard Lemaître (1894-1966), padre del Big Bang.

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Partiamo da Pasteur (nella foto sopra), nei cui rari scritti filosofici si sente spesso l’eco evidente di alcune riflessioni di Pascal:

1) “Il positivismo non pecca solo nel metodo…. esso non tiene conto della più importante delle nozioni positive, quella dell’infinito. Al di là di questa volta stellata che cosa c’è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! E al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile, non smetterà mai di chiedersi: che cosa c’è al di là? Vuole esso fermarsi, sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l’hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità. Non serve nulla rispondere: al di là ci sono degli spazi, dei tempi o delle grandezze senza limiti. Nessuno comprende queste parole. Colui che proclama l’esistenza dell’infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni… Io vedo ovunque l’inevitabile espressione della nozione dell’infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale è in fondo a tutti i cuori. L’idea di Dio è una forma dell’idea di infinito… La metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell’infinito”;

2) “poca scienza allontana da Dio, molta vi riconduce;

3) “ancora più incompatibile con la ragione umana è il credere alla potenza della ragione sui problemi dell’origine e della fine delle cose…”;

4)”insegnamenti della sua fede sono in armonia con gli slanci del cuore, mentre la credenza del materialista impone alla natura umana ripugnanze invincibili. Che forse il buon senso, il senso intimo di ciascuno non reclama la responsabilità individuale? Al capezzale dell’essere amato colpito dalla morte non sentite in voi qualche cosa che vi grida che l’anima è immortale? E’ un insultare il cuore dell’uomo dire con il materialismo: la morte è il nulla!” (Louis Pasteur, “Opere”, Utet, Torino). 

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Quanto a Georges Edouard Lemaître (nella foto sopra), in una conferenza presso la Société Scientifique de Bruxelles del 31 gennaio 1929, intitolata La grandeur de l’espace, il cosmologo belga non si limita a sostenere l’espansione dell’Universo, ma aggiunge alcune considerazioni filosofiche. Si dichiara a favore di un Universo illimitato ma finito, omogeneo e a geometria ellittica, ed è soprattutto convinto che esso sia accessibile, per un dono di Dio, all’intelletto umano. Lemaître riprende proprio l’immagine di Blaise Pascal, sulla grandezza spirituale del “piccolo” uomo, canna fragile ma pensante, che sa di esistere e di morire, e che perciò è più nobile e grande dell’immenso Universo, che non sa né di esistere, né di morire: «la canna pensante di Pascal domina la roccia che la schiaccia, perché lo sa; noi che dominiamo i cieli, di cui comprendiamo l’armonia, non saremo dunque capaci di vincere l’universo che per parti, e il nostro spirito dovrebbe confessare di essere incapace di comprendere il mondo nel suo insieme? Non mi resta che dirvi come si può evitare questa conclusione pessimista e concepire una forma intellegibile dell’insieme del mondo e da quali prove, o piuttosto inizi di prova, da quali speranze si può sostenere questa concezione». L’uomo − continua il sacerdote belga che ha scoperto l’espandersi continuo di un Universo sempre più grande − non ha una centralità geometrica e spaziale, ma spirituale e intellettiva. Egli partecipa infatti agli «sforzi della Scienza alla conquista della Verità», grazie alla Verità di Dio che «ci ha donato l’intelligenza per conoscere e per leggere un riflesso della Sua Gloria nel nostro universo, che Lui ha così meravigliosamente adattato alla facoltà di conoscere di cui ci ha dotati» (F. Agnoli, Creazione ed evoluzione, cap. III, Catagalli, Siena, 2015).

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Oggi questa idea, presente in Pascal Pasteur, Lemaître… della immensità spaziale dell’Universo che non annulla affatto l’unicità dell’uomo, rimane del tutto valida. Sappiamo infatti che solo nella Via Lattea ci sono 200 miliardi di stelle e le altre galassie pare siano duemila miliardi: la Terra è dunque, spazialmente parlando, un puntino infinitesimale. Eppure, nota l’astrofisico Paolo de Bernardis, “l’uomo non è certo speciale per le sue dimensioni, ma questo conta poco… Quanto al pensiero, è una facoltà meravigliosa, che ci distingue in modo netto...” (http://www.filosofiaescienza.it/spazi-destini-delluniverso/#more-1274).

Tra le altre convinzioni di Pascal che non perdono il loro fascino, vi è il concetto di “mistero“: lungi dall’essere una parola ed un concetto che ha perso di valore, o che riguarda solo un ambito filosofico, il termine mistero è oggi spesso usato, per esempio, da biologi e biochimici, per parlare dell’origine della vita; da cosmologi che ragionano sul perchè del venire all’essere dell’universo; da neuroscienziati che sostengono l’impossibilità per noi umani di spiegare come “da una serie di eventi elettrochimici che accadono all’interno dei neuroni, rispettando le leggi naturali della fisica e della chimica (quindi uguali in tutti e per tutti), emerga la soggettività di ogni uomo, capace di dare risposte e attuare comportamenti opposti a stimoli identici, manifestando volontà autonoma”.